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Autobiografia di Jorge Ángel Livraga

international2022,Lingua originale: SpagnoloLeggi nella lingua originale
Autore: Jorge Ángel Livraga RizziFondatore del movimento «Nuova Acropoli».
Traduzione automaticamateriali interni di Nuova Acropoli

Fonte: nuevaacropolissecta.blogspot.com

Autobiografia di Jorge Ángel Livraga

Pubblicata in Almenas nº 1-18 di Nuova Acropoli. Documento interno.


Introduzione

Come fu annunciato nel Nº 1 di «ALMENA», mi propongo di sviluppare il tema del nostro rapporto con la Gerarchia e di come siamo venuti al mondo 24 anni fa. Essendo Io il Fondatore, queste pagine semplici acquisiranno valore di documento storico col passare del tempo. Di fronte a questa evidenza mi vedo costretto a scrivere qualcosa che la mia Personalità rifiuta fortemente, ma che è necessario per la comprensione degli avvenimenti e perché in futuro non si producano deformazioni rilevanti della conoscenza della mia stessa Vita, che potrebbero ripercuotersi in una deformazione di tutta L’Opera. Mi riferisco a scrivere una sorta di biografia, un racconto breve della mia esistenza, dalla mia primissima infanzia fino ai passi di ciò che col tempo sarebbe diventato l’Organizzazione Internazionale Nuova Acropoli.

Salvando le abissali differenze fra H.P.B. e Io, mi propongo di evitare fin d’ora che qualche futuro R. Guénon e i suoi seguaci inventino un inizio tortuoso e falso delle origini del nostro Movimento. Così, pur salvando la ripugnanza che il tema suscita nella mia Personalità, mi sento impellente a scrivere su di Me. Sono abituato a sacrificare il piacevole in funzione del necessario. Di nuovo lo faccio. Io eseguo Ordini come ciascuno di voi.

Per un principio di Etica mi atterrò alla mia propria vita e racconterò ciò che può essere d’interesse per la migliore comprensione del processo. Mi limiterò a quelle cose che possono essere importanti ed essere conosciute.


Primera parte: Mi niñez (1)

Sono nato il 3 settembre 1930 nella città di Buenos Aires, Argentina, nel seno di una famiglia di emigranti italiani. I miei genitori, Don Ángel e Doña Victoria, erano nati in Argentina, ma i miei nonni erano nati in Italia, nelle vicinanze di Milano da parte paterna e nelle vicinanze di Genova da parte materna.

Vidi la luce poco prima di mezzogiorno a casa di mio nonno paterno, in calle Ciudad de La Paz al 800, nel quartiere residenziale di Belgrano. Pochi giorni dopo scoppiò una cruenta rivoluzione che sconfisse il regime paternalista di centro-sinistra di Yrigoyen. I primi medici che mi visitarono furono portati in casa attraverso le barricate; la città era sorvolata da aeroplani da combattimento. Nacqui normalmente e non conobbi malattie precoci.

Dopo pochi mesi fui trasferito alla casa di Amenábar 863, che era stata progettata da mio padre, che era ingegnere civile.

L’Argentina attraversava allora un periodo di prosperità e la mia prima infanzia trascorse in una famiglia di classe medio-alta, con le caratteristiche tipiche dei «nuovi ricchi». Mi allestirono una stanza dei giochi e Io dormivo in una specie di lettino nella stessa camera dei miei genitori. Ne ho un ricordo molto vago e puntuale. Ricordo la nostra automobile, una decappottabile color sabbia con i parafanghi neri. Ricordo anche un chalet su un’isola di El Tigre, località incastonata nel delta del Río de la Plata a circa 30 o 40 km da Buenos Aires. Mi hanno detto che da bambino mi ero aggrappato a un orsetto di pezza e che avevo cominciato a parlare molto presto, benché fossi tardivo nel camminare da solo. Non ricordo questo. La prima cosa che mi viene in mente in questa vita è di essere seduto in macchina con le gambe penzoloni senza toccare i pedali e cercando di manovrare il volante. Ricordo anche la barca che qualche volta mi portava all’isola del delta; quell’esperienza mi piaceva molto.

Crescevo con un carattere molto riservato e passavo ore da solo, osservando e sognando davanti ai grandi vasi della terrazza di casa mia che era lunga 20 metri. Da quel che mi hanno detto e da quel che ricordo, credo che non «giocassi» esattamente come un bambino comune. Gli altri bambini mi stavano sui nervi e preferivo sempre la compagnia degli adulti, per esempio il grande tavolo dei piani di mio padre, scarabocchiando con i suoi compassi e tiralinee; con le sue matite «Faber» tedesche con le quali mi misi ben presto a disegnare, generalmente navi e figure umane in combattimento. Non ricordo di aver disegnato animali in quel periodo. Seppur mi piacessero, e grazie alle amicizie di mio padre nello Zoo di Buenos Aires avevo accesso a giocare con cuccioli di tigre, leone e orso. Non ebbi mai paura degli animali. Un mio amico dello Zoo era una grande scimmia «Chakma», un tipo di scimpanzé con enormi canini e di buona stazza. Io la nutrivo in mano quando i grandi non mi vedevano. La prima volta che mi sorpresero a farlo furono inorriditi, finché non capirono che quel grosso scimmione non mi faceva alcun male e, al contrario, mostrava i suoi denti feroci a chiunque volesse allontanarmi da lui. Amavo tanto gli animali nella prima infanzia che arrivai ad avere molti, persino un pinguino nella vasca da bagno dei miei genitori, cosa che mi fu rapidamente proibita. Avevo vasche piene di pesci e una grande gabbia dove volavano pappagalli e camminavano pernici. Non ricordo di preoccuparmi del loro cibo; ma sì che passavo ore a contemplarli e cominciai a sognare terre lontane.

Mio padre non era religioso e mia madre solo in apparenza. Andavamo comunque settimanalmente in chiesa e ciò che più mi impressionava erano le immagini e gli alti soffitti. Mi dicono che fui battezzato nella religione cattolica, nella chiesa neogotica di «Nueva Pompeya» e che piansi molto quando mi bagnarono con l’acqua benedetta. Risolsero il problema dandomi per giocare il portachiavi dell’auto di mio zio materno, Ángel Rizzi.

Non ricordo alcuna impressione né esperienza religiosa nella mia prima infanzia. Prestissimo vidi e toccai morti di famiglia. Non mi impressionarono troppo. Queste esperienze mi furono imposte da mio padre, molto «machista», che voleva che Io non avessi paura di nulla. In verità non ne ebbi. Ricordo di vedere i morti con curiosità, come se fossero vestiti che i defunti si erano tolti, dei quali Io pensavo dovevano continuare a vivere in qualche altra parte. Ma lo prendevo con grande naturalezza. Ciò che davvero mi impressionava era il pianto dei congiunti. Mi dava fastidio e cercavo di fuggire da loro.

Ho sempre amato il silenzio e, in un certo senso, la solitudine. Provavo viva curiosità per il mio ambiente, ma lo vedevo despersonalizzato, come una immensa vetrina di quei musei che già cominciavo ad amare da piccolissimo. I loro oggetti fermi e silenziosi mi attrassero sempre.

Ho la sensazione, sforzandomi di ricordare i primi anni, di un grande allontanamento psicologico dal mondo circostante. Non ricordo di aver amato molto qualcosa o qualcuno e, contrariamente a quanto avviene con i bambini, non sentivo alcun bisogno di affetto. E se avevo vita affettiva, questa si riversava sempre in maggiore grado verso gli animali e gli oggetti, provando un rifiuto indifferente per gli esseri umani. In un certo modo Io non mi sentivo un essere umano né credevo di avere una somiglianza con loro, al di là della forma, che non mi preoccupava.

Primera parte: Mi niñez (2)

Verso i 4 anni, vissi frequentemente con mia nonna paterna. Ella possedeva nel quartiere di Palermo una grande casa, con un fondo scoperto, dove crescevano limoneti, si piantavano ortaggi e c’erano pollai. In verità era una proprietà rustica e lì la mia nonna sessagenaria viveva come nelle lontane campagne del Po, di cui tanto mi parlava.

Appena spuntava il giorno andava a messa e al ritorno svegliava tutta la piccola famiglia. Restava praticamente tutto il giorno in piedi, lavorando, e si coricava serenamente stanca tra i suoi quadri di santi e defunti ai quali accendeva una lampada d’olio per ciascuno. Era abbastanza ricca da condurre un altro tipo di esistenza, ma conosceva solo quella, ed era serena e placidamente felice.

In una casetta sul retro viveva un mio prozio, suo nipote, circa 10 anni più giovane di lei, che era stato anarchico, di quei pratico-romantici della fine del XIX secolo. Si scambiavano talvolta discussioni sulla validità della religione, finché mia nonna lo zittiva ricordandogli che era sua zia, e lui, che la trattava sempre rispettosamente d’«Usted», si zittiva immediatamente e tornava ai suoi lavori della terra. Se ne prendeva gioco nelle sue convinzioni, ma la rispettava e le voleva così bene che quando, molti anni dopo, ella morì, lo seguì alla tomba, mai rassegnato alla perdita della zia. Strani anarchici quelli di allora!

Giocavo scavando grandi buche nella terra, riempiendole d’acqua e facendovi navigare le mie barchette, alcune costruite da me con legni che trovavo. Per me quella casa e il suo fondo rustico erano un luogo di meraviglie. Passavo ore contemplando insetti e piante. Cominciai a disegnare uccelli su grandi fogli con la matita. Poi li coloravo imitandone i colori.

Mi attiravano le galline e la loro per me misteriosa capacità di deporre le uova. Non capii mai come e perché lo facessero, ma non chiedevo perché mi ero abituato agli enigmi e in certa misura non volevo sentire le spiegazioni desolanti dei grandi. Una mattina scoprii che, mettendo un dito nel becco e desiderando che si addormentassero, cadevano subito con le zampe all’aria. Allora soffiavo e si svegliavano. Le stavo ipnotizzando, ma mi sembrava la cosa più naturale del mondo, finché un giorno mia nonna mi colse e mise «le mani al cielo», poiché a quanto pare un mio avo indiretto, che in Italia chiamavano «El Maguito», si era guadagnato da vivere levitando di tetto in tetto del suo paesino, curando animali e persone. La sfida di un prete —contro quei poteri che si ritenevano diabolici— gli costò la vita quando tentò di volare dal campanile del Duomo di Milano. Mia nonna lo ricordava per quello che le avevano raccontato da bambina, e aveva ereditato la sua «medaglia miracolosa», dove era rappresentato «San Gnop». Non so chi fosse questo santo misterioso che chiamavano anche «Signore dei vermi». Oggi credo che la medaglia in questione potesse benissimo essere una semplice moneta paleocristiana.

Il fatto è che chiamò mio padre al telefono che, sentito il racconto, scoppiò a ridere pensando che la nonna avesse perso il senno. Mi rimproverarono per averla ingannata con i miei giochi, approfittandomi del fatto che era una semplice contadina (mio padre era molto orgoglioso della sua qualità di universitario e amante della matematica, della sua cultura scientifica). Allora mi invitarono ad andare nel pollaio e ripetere davanti a loro l’esperimento. Mia nonna col rosario tra le mani, e mio padre già pronto a godersi il fallimento del mio gioco sotto l’occhio di un osservatore qualificato. Addormentai tutte le galline. Ricordo confusamente che le scuotevano increduli per ciò che vedevano. Ero un po’ irritato per l’enfasi data alla cosa e rifiutai di svegliarle, finché non ricevetti un ordine imperioso da mio padre di farlo. Poi, quasi in volo, lui mi portò alla macchina che lo aspettava in strada, mentre mia nonna si ritirava a pregare nella sua stanza oscura, davanti ai suoi santi e ai suoi cari defunti. Non se ne parlò più, ma pochi giorni dopo mi portarono dal mio medico, il dott. Rioja, per farmi visitare. Ora capisco che gli avranno raccontato l’avventura e il vecchio professionista, formato nelle scuole pragmatiche di inizio secolo, non deve aver dato troppo credito alla cosa, certificando soltanto che la mia salute era buona. Ma non lo era del tutto: frequentemente mi raffreddavo, prendevo l’influenza e avevo febbri alte. Si dice che delirassi. Essendo figlio unico, la casa si sconvolgeva ogni volta che succedeva, e il paziente e prestigioso dott. Rioja correva a medicarmi. Lui e mio padre andavano molto d’accordo, poiché entrambi avevano una mentalità acutamente scientifica e positivista.

Avevo circa 5 anni quando mi ammalai improvvisamente di influenza, in un inverno, e la febbre salì a 40 o più gradi. Ero nella casa di Amenábar e le cameriere di servizio, mia madre e mio padre camminavano sulle punte mentre mi cambiavano impacchi d’acqua fredda sulla fronte. Mi avvolsero anche in grandi asciugamani umidi. Cominciarono a farmi più volte al giorno dolorose iniezioni. Oggi deduco che abbia avuto un principio di polmonite. In un tardo pomeriggio la febbre salì ancora, persi quasi la vista e mi costava respirare, con un terribile dolore alla schiena. Scattò l’allarme generale. Ricordo confusamente le corse e le grida di mia madre: «¡Llamen al Dr. Rioja!».

Rimasi momentaneamente solo nella stanza. All’improvviso, alla destra del grande letto in cui mi avevano deposto, apparve, in piedi, una figura immersa in luce dorata, con le braccia incrociate sul petto (anni dopo saprei che era una figura egiziana). Stese un braccio e mi toccò la fronte. Non ebbi paura e lo raccontai alle persone che entrarono nella mia stanza quando li chiamai per dire loro ciò che avevo visto. Venne il medico e lo attribuì alla febbre. Vidi la preoccupazione in tutti. La mattina seguente non avevo più febbre e non rimanevano tracce della malattia. Mi alzai e andai a giocare in cortile. Il fenomeno fu attribuito alla reazione a qualche medicinale.

Primera parte: Mi niñez (3)

Io stesso dimenticai presto ciò che mi era accaduto e lo presi quasi naturalmente, benché non potessi spiegarmelo allora. Né mi importava spiegarlo e quella caratteristica di non preoccuparmi per l’apparente «soprannaturale» mi accompagnò per tutta la mia Vita.

Da quando avevo 4 anni sapevo contare e l’alfabeto a memoria. Potevo leggere, anche se con il problema di conoscere meglio la lingua italiana, nella forma del dialetto milanese, che lo spagnolo. Nel migliore dei casi le mescolavo entrambe poiché così sentivo parlare i miei grandi quando, alla tavola, avevo lunghe opportunità per ascoltarli.

Oltre i 5 anni, si accentuarono fortemente in me i miei gusti personali. Fare manovre e cambiare le ruote dell’automobile di mio padre, disegnare, ora a colori, osservare avidamente la natura, specialmente animali e piante, e una crescente passione per i viaggi. Quest’ultima mi fece cominciare a costruire una grande zattera, fatta con legni di casse e pali, nel patio di casa (senza calcolare che era così grande che non sarei riuscito a tirarla fuori). Con questa zattera, che consumava molte delle mie ore quotidiane e migliaia di chiodi riutilizzati, che raddrizzavo Io stesso, pensavo di andare in luoghi… «molto lontani»… come «l’India e Montevideo»…

Mio padre, che ovviamente non era nato per la pedagogia infantile, ebbe questa volta tuttavia un’infinita delicatezza nel dimostrarmi l’impossibilità del mio progetto e insieme la smontammo, sostituendola con una piccola barchetta, con una vela, che avremmo lanciato nel Río de la Plata perché si perdesse all’orizzonte. Così lavorammo credo per una settimana e non ricordo di aver pianto, benché avessi molta voglia di farlo perché per la prima volta in questa incarnazione il fallimento evidente di un Sogno mi aveva colpito. Mesi più tardi la barghetta navigava faticosamente allontanandosi dalla costa e cominciarono a farmi molti regali di modellini di navi di ogni tipo, rispondendo senz’altro a quell’inclinazione che avevo mostrato e che, in un certo modo, non mi abbandonò mai. Quando vidi il mare per la prima volta avevo circa 6 anni; ricordo di aver pianto senza sapere perché. Fu al lido di Mar del Plata. Passavo le ore a guardare l’orizzonte, al di là delle onde e della sabbia, così invitante per i giochi dei bambini della mia età. Riconosco che devo aver messo a dura prova la pazienza e la capacità di comprensione dei miei genitori, poiché sebbene fossi sempre un bambino molto obbediente e circospetto, ero anche strano e atipico all’estremo.

Si decise, con grande mio giubilo, che non sarei andato alla Scuola Primaria a 6 anni, come era costume, ma a 7. Per qualche motivo che non seppi mai comprendere, sentivo un grande rifiuto ad andare a una Scuola e stare con altri bambini e intuivo che con quel passo la mia forma di vita, la mia infanzia, sarebbe stata compromessa. Provavo vero orrore a diventare «persona grande». Entrare in un ambiente che percepivo come aggressivo mi spaventava. Il notare che crescevo, cosa festeggiata dalla mia famiglia, mi metteva terribilmente triste. Nella mia casa di Amenábar avevo una stanza piena di giocattoli; c’erano centinaia di essi, e Io cercavo di giocare da solo con le mie navi e automobili, con i miei aeroplanini, con voracità. Ero consapevole che poi la mia vita sarebbe cambiata e non avrei potuto farlo allo stesso modo.

Tornai a casa di mia nonna e lì mi accadde l’ultimo fenomeno strano della mia infanzia. Fu una cosa semplice, ma che determinò che i miei soggiorni in quella casa, con l’ampia quinta di ortaggi e alberi da frutto, si riducessero a visite sporadiche.

C’era un limone carico di limoni maturi e mia nonna mi diede un cesto e mi indicò un lungo palo per cercare di raccoglierli tutti. Mi lasciarono solo e mi si pose il problema di come farlo esattamente, poiché i frutti erano numerosi e, per me, ad una grande altezza. Mi misi sotto l’albero e desiderai con forza che i limoni cadessero a terra; alzai le braccia come per raccoglierli e un gran numero di frutti cadde di colpo ai miei piedi. Non ci diedi importanza, pensando che quelli rimasti sull’albero li avrei poi fatti scendere con il mio fucile ad aria compressa… ma non percepii che mia nonna mi stava guardando… e di nuovo riemerse il tema del «Maguito» e si ripeté ciò che mi era successo ipnotizzando inconsciamente le galline.

Credo che lì finì propriamente la mia infanzia. Poi dovetti andare a Scuola, facendo il primo anno in un istituto di suore, in Avenida Cabildo di Bs. As. Ricordo confusamente di aver sofferto molto, persino un incidente cadendo su una panca di pietra dove persi parte dei denti e mi ferii abbastanza. Diventai taciturno. Rifiutavo ed ero rifiutato dagli altri bambini. I «compiti» che dovevo svolgere a casa, con l’aiuto perpetuo di mia madre, erano un vero martirio, salvo quando dovevo disegnare. I miei quaderni si conservano ancora e sono molto puliti e belli… ma non riflettono quella sensazione interiore quasi spaventosa che provavo a farli. Un cambiamento, un anno più tardi, in una Scuola Statale, non migliorò la cosa. Lì appresi le prime parolacce e le prime sporcizie della vita; vidi rubare e picchiare i più deboli. Una forza strana, potente e atavica cominciò a manifestarsi più chiaramente dentro di Me. Mi isolai dall’ambiente e soltanto una specie di «robot» andava a Scuola. I compagnetti occasionali finirono per apparirmi come oggetti.

Primera parte: Mi niñez (4)

Ricordo vividamente la destabilizzazione della mia vita man mano che crescevo. E i miei conflitti con l’ambiente.

Il Collegio Primario Statale, che mentre scrivo esiste ancora in Avenida Federico Lacroze e Cabildo, di Buenos Aires, mi pareva una autentica prigione. Per aggiunta di mali, mio padre, con le sue idee liberali, non aveva voluto continuare a mandarmi in collegio a pagamento e religioso. In quegli anni, in Argentina, alle Scuole Statali frequentavano ragazzi da ceti medi in giù e nelle loro abitudini fino ai loro abiti non avevano nulla a che vedere con i miei. Mi sembra ancora di udire i fischi e i pernacchi burloni dei miei compagnetti quando, con la mia impeccabile tunica (lì si chiama «guardapolvo») bianca, stirata e la mia cravatta a fiocco blu a pois bianchi, di seta, salivo sulla grande automobile nera della mia famiglia che mi aspettava.

Mai mi sentii identificato con loro. Per essere del tutto franco, come mi sono proposto all’inizio di questa micro-biografia, con pochissime eccezioni provavo autentico disgusto per quella massa infantile vociante, scompigliata e violenta. Quando, passando per la confetteria «Ritz», mi compravano un pacchetto di caramelle perché lo condividessi con loro, lo facevo… ma a modo mio: le lanciavo lontano (erano fra le più care, avvolte in carte colorate con la rappresentazione del frutto che ne dava il sapore) e per me era un divertimento vedere come si precipitavano, spingendosi e picchiandosi mossi dalla gola. Ciò che restava per me lo davo poi al mio cane, un grande pastore tedesco. I miei genitori seppero molto più tardi che Io non mangiavo caramelle. Seppero anche molto più tardi che Io non ero un bambino… «normale».

È curiosa la psicologia della maggior parte dei genitori; sperano sempre che i loro figli siano qualcosa di «fuori dal comune» e quando ne nasce uno, si ostinano a «normalizzarlo». Mia nonna mi raccontava qualcosa che non so ancora se sia vero. Diceva che quando una lupa si accoppia con un cane e nascono cuccioli-lupo e cuccioli-cane, aspetta di vedere come si abbeverano e che dal modo in cui lo fanno si sa se nasceranno lupi o cani, uccidendo questi ultimi, perché il suo istinto le avverte che, quando cresceranno, saranno i nemici dei lupi… La Natura è spietata, ma saggia.

Così crebbi fra lupi tonti che mi lasciarono crescere. A Me, che tanti articoli avrei scritto contro la Chiesa dogmatica… mi insegnò a scrivere in spagnolo una suora. A Me, che combattei tutta la vita il Liberalismo Materialista e disprezzai la Democrazia, si sforzarono di insegnare e formare maestri di quelle tendenze, a cominciare da mio padre.

Fui uno studente mediocre; pessimo in matematica ma molto bravo in storia e letteratura. Tuttavia la mia cultura stupiva i miei maggiori, poiché in modo autodidatta leggevo diverse ore al giorno ciò che mi veniva in voglia, specialmente astronomia, paleontologia, zoologia, botanica, fisica, storia, archeologia, versi e prose. Disegnavo anche splendidi disegni scientifici rappresentando cellule, classificazioni di funghi, varietà di uccelli di paesi lontani. Ma erano disegni «Per Me»… che non ricordo siano mai giunti alla vista dei miei maestri di scuola. Non avevo ancora 10 anni quando collaborai a livello professionale ad una serie di disegni tecnici che mio padre presentava come progetti di nuove autostrade, strade, con i loro tagli schematici, descrizione di scarichi, sottofondi, ecc. Mio padre era sempre più mio compagno nonostante gli abissi che aprivano il suo carattere violento e la mia incipiente alterigia, il disprezzo per gli scatti volgari e le discussioni familiari.

In verità, mio padre viveva per Me, poiché la sua posizione economica lo permetteva e il suo Amore più grande era suo figlio. Io costituivo il suo orgoglio e la sua realizzazione nella vita… ma forse avrebbe desiderato un bambino meno enigmatico. E che si accontentasse di meno. Quando mi costruiva un aquilone e andavamo in campagna a farlo volare, Io finivo per esigere che mi si comprasse un aeromodello.

Mio padre cercò di insegnarmi sport, soprattutto violenti, come il pugilato, ma sebbene non li evitassi, li praticavo meccanicamente e vi era tale freddezza e disprezzo nel mio sguardo che presto sparirono gli attrezzi e i sacchi di sabbia. Mi piaceva molto remare, navigare in generale, e avevo molti modelli di navi e sommergibili.

Lo scoppio della 2ª Guerra Mondiale coincise con il mio compleanno. Stavamo comprando giocattoli nel Centro di Buenos Aires, quando sentimmo la sirena del giornale La Prensa che annunciava che la Gran Bretagna e la Francia avevano dichiarato guerra alla Germania per la sua invasione della Polonia. Io compivo 9 anni.

L’Argentina continuò a vivere al suo ritmo. Era una guerra lontana e la si vedeva completamente desdrammatizzata. La mia famiglia era italiana ma viveva aggrappata al passato. Cantavamo accanto al pianoforte «Giovinezza» ma Mussolini a loro sembrava un personaggio di operetta; alcuni perché erano monarchici alla vecchia maniera e altri perché erano, come mio padre, liberali democratici. Per Me, incosciente del dolore umano, fu un episodio interessante che lessi sulle pagine del «London News», con le sue foto impressionanti. Una valanga di giocattoli bellici riempirono la mia stanza. Il fenomeno della guerra completamente disumanizzato, come quello di semplici macchine in lotta, arrivò a interessarmi molto e, avendo comprato centinaia di piccoli carri armati, cannoni e altre miniature in scala, organizzavo e risolvevo intricate battaglie. Mi aiutavo con piccoli razzi, che seppellivo nella terra dei vasi come mines. All’inizio ero partigiano degli «Alleati»… perché stavano perdendo.

Segunda parte: Mi adolescencia

Ho preso il termine «Adolescenza» per pura formula di comunicazione con voi, perché, in senso stretto, Io non ricordo oggi quei tanto segnati cambiamenti nella mia vita. Unicamente una sorta di angoscia per rendermi conto che non ero più bambino, non tanto per non sapere esattamente ciò che mi attendeva, quanto piuttosto per sapere con certezza tutto ciò che perdevo. Il mondo degli adulti non mi era mai piaciuto e Io mi vedevo costretto ad entrarvi gradualmente. Un processo biologico-temporale, con forze superiori alle mie, mi spingeva… ma Io restavo lo stesso dentro… laggiù nel mio Interno…

Il mio gusto per la lettura mi aveva portato a leggere da un meticoloso articolo sulle tavolette dell’Isola di Pasqua, nelle cui fotografie lavorai diverse settimane in vari tentativi di identificazione dei grafismi, fino a un libretto su «come leggere le carte», cioè conoscere il futuro attraverso le carte di un mazzo. Io non credevo molto a quelle cose, ma da solo facevo scorrere le carte sulla grande tavola della sala da pranzo di casa e fui francamente contento una volta che credetti di aver letto che sarei morto a 15 anni. Quanto mi ripugnava la vita degli adulti.

Più tardi seppi che la mia intuizione su quelle carte non era del tutto falsa… Unicamente che non ero Io colui che sarebbe morto fisicamente a 15 anni.

Dalla odiata Scuola Primaria passai al detestato Colegio Nacional o di Istruzione Secondaria. Se nella prima mi ero sentito a disagio, nella seconda dovevo ricorrere al limite delle mie forze per mantenermi «normale». I giovani adolescenti del mio tempo mi parevano tanto villani come quelli d’oggi, con la differenza che allora dovevo sopportare le loro volgarità, le loro conversazioni oscene e le loro stupide lagne. La mediocrità, se non la nullità dei miei professori mi annoiava e poche erano le eccezioni.

Delle «materie» che studiavo mi interessava la Storia, anche se la sentivo deformata. Trovavo piacere nella Letteratura e, ogni volta che potevo, dedicavo molte ore a leggere i Classici Spagnoli e anche a riempire fogli di versi e saggi politici e prose descrittive e narrative. Degli autori tradotti in castigliano, quello che più mi influenzò fu Chateaubriand, e in misura minore Byron. Mi interessò anche la religione, anche se nei miei anni di studente, nell’Argentina peronista, si faceva l’assurda divisione fra chi studiava «Religione» e chi «Morale», essendo questi ultimi tutti dispregiativamente qualificati come «Ebrei». Ciò mi dispiaceva e mi pareva assurdo, anche perché sapevo che quasi nessuno di quelli che aveva scelto «Morale» era di origine ebraica, ma semplici figli di genitori non cattolici. Ma la «materia» riusciva a risvegliare nella mia Anima lampi di curiosità. In verità, non credevo più a ciò che mi avevano insegnato la mia nonna cattolica né mio padre liberale. Dovevo cercare una via per Me stesso e questo mi appassionava spesso. La mia posizione sul problema religioso era alquanto scettica e cercavo di non negare né affermare nulla che la mia ragione non potesse sostenere. Conservo, sì, alcuni pochi elementi misticheggianti intrinseci sui quali non osavo interrogarmi, come l’esistenza stessa di Dio e, in qualche modo, l’immortalità dell’Anima e la priorità di tutto il bene su tutto il male.

Le mie continue letture mi avevano portato a conoscere in una certa misura il pantheon greco, quello romano e in special modo quello egizio, per il quale provavo un’inclinazione pararrazionale. Le mie riflessioni mi facevano vedere che si trattava di una sorta di Esistenze Divine che assumevano forme e caratteristiche geopolitiche e storiche pletoriche di attributi popolari o culturali che imponevano luoghi e tempi. Ciò mi conduceva, ovviamente, a considerare nel Cristianesimo una forma di Fede fra le altre, tanto transitoria quanto le altre.

Le abitudini della mia famiglia mi portarono a fare la Comunione e la Cresima, ma le avevo compiute con la stessa assenza interiore con cui facevo tante altre cose. Il mio mondo interno si staccava sempre più dall’ambiente. Senza proteste, silenziosa ma inesorabilmente.

Quando terminò la Seconda Guerra Mondiale, di fronte alla sconfitta dei Paesi dell’Asse, le mie vecchie simpatie per gli Alleati si invertirono nelle loro polarità e la controffensiva di von Rundstedt mi riempì d’entusiasmo. Che così pochi combattessero contro tanti risvegliava in Me una fibra nascosta e ne faceva risuonare potentemente l’eco. I temi militari e l’amore per le armi divennero molto vivi. Ciò che poi chiamerò «Istinto di Potere» si risvegliava, e dinanzi a certe rivelazioni del sesso optai senza lotta alcuna per la castità più assoluta, non per morale ma per rifiuto di ciò che consideravo segni di animalità e volgarità. I concetti di forza e castità erano per Me inseparabili. E quando mi dicevano che un Alessandro non era precisamente casto, non mi creava problema, poiché pensavo fino a dove sarebbe arrivato se lo fosse stato. Ma quell’evoluzione tesa e tuttavia naturale avrebbe subito una sorta di cataclisma. Quello che pose termine alla mia adolescenza e a ciò che potremmo chiamare prima giovinezza.

Avevo appena compiuto 15 anni.

Tercera parte: Mi juventud (I)

Il mio 15º Anniversario fu uno dei più tristi della mia vita o almeno così lo ricordo adesso. Si unirono vari fattori; uno, il fatto principale che mio padre, tanto forte e corpulento, cominciava ad essere abbattuto da una malattia che i medici già insinuavano fosse incurabile, una sorta di uremia-leucemia. Un altro, per Me, la prova che ero entrato nel mondo degli adulti. Le solite burle e le chiavi di casa e dell’auto, che da allora rimasero a mia disposizione, con grandi pacche sulla spalla della mia scarsa ma fervente famiglia, mi parevano una mascherata assurda. Se io non intendevo cambiare la mia forma di Vita né «scappare» da alcuna parte… Perché volevo le chiavi di casa? Quanto all’automobile, avevamo un autista e poi, tranne per il fatto di non avere l’età per la patente regolamentare, non mi era mai stato negato l’uso dell’auto.

Poiché ero ormai «Maggiore» mi fu affidata pienamente la probabilità più o meno prossima della morte di mio padre e il «machismo» tipico di una famiglia italiana in quegli anni mi spinse ad assumermi responsabilità e a prepararmi per essere «l’uomo di casa».

La prima cosa che feci fu prendere la patente di guida superando l’esame con una facilità che poco onorava chi guidava automobili fin da bambino. Poi mi dedicai, con mente molto fredda, a preparare mia madre, mia nonna e le altre donne di famiglia ad assistere alla lunga agonia, terribilmente dolorosa, di mio padre, senza aggiungere con i loro pianti maggiore disperazione alla cosa. Non so né mi chiesi allora da dove mi venisse quella forza serena, esteriormente fredda, che mi conferiva un aspetto di enorme maturità psicologica e persino un certo disprezzo e «cinismo» di fronte al terribile problema che vivevamo. Oggi credo fosse una necessità atavica di sopravvivere di fronte all’avversità, ma non ricordo di avermene reso conto in quel momento, né ancor oggi ne sono totalmente sicuro. Ho ricevuto «Aiuti» dai miei «Amici invisibili»? È possibile.

Con il procedere del 1946 lo stato di mio padre divenne francamente agonico. Soffriva indicibilmente e i pochi momenti in cui, grazie ad analgesici e rimedi, godeva di piena lucidità li condivideva con me giocando a domino o spiegandomi difficilissimi problemi matematici di cui si compiaceva. Il tema della sua prossima morte non lo toccò mai direttamente davanti a me, ma mi parlava come se entrambi lo sapessimo senza alcun dubbio.

Per non aggiungere un altro elemento conflittuale in casa non sospesi i miei studi, ma non m’importava per nulla il mio «Bachillerato» né il mio futuro personale.

Tanto vidi soffrire mio padre e in tal modo potei constatare la demolizione morale e fisica di tutti quelli che lo circondavano nel corso di mesi che arrivai, non solo ad accettare che stava morendo, ma a desiderare che lo facesse al più presto. Ero diventato freddo e i miei occhi erano quasi sempre asciutti anche nei molti momenti in cui la disperazione mi circondava, fra urla, pianti e l’odore continuo da «Ospedale» che aveva invaso la mia casa. Il cane lupo che mi avevano regalato da bambino, chiamato Rin-tin-tin e che Io chiamavo Rinti, cominciò ad ululare di notte seminando terrore. Con tutta franchezza dico che lo feci tacere più di una volta con un calcio. Una nuova forza cresceva a passi da gigante in Me e una notevole capacità di nascondere le mie emozioni e schiacciarle dentro di Me.

Una notte, finalmente, il titanesco corpo di mio padre, ridotto a pelle e ossa, non resistette più e all’alba morì apparentemente senza rendersene conto. La convulsione familiare fu tremenda. I miei occhi continuarono ad essere asciutti e soddisfeci il più grande desiderio del mio ormai defunto padre: comportarmi come un «Uomo» nell’avversità. Lo dichiaro senza vanità poiché mi fu molto naturale assumere quel ruolo.

Il 4 giugno 1948 ero nella prima carrozza, ancora trainata da cavalli, che accompagnava il corpo di mio padre al cimitero; alla grande bocca o «Panteón» familiare di onice verde. Assistetti alla messa «In corpore insepulto» con l’atteggiamento di stare assistendo a uno spettacolo teatrale. Io ancora non lo sapevo… Ma ero divenuto totalmente ateo.

Il cambiamento interiore che in Me si era prodotto fu terribile e necessitai, dopo poche settimane, assistenza medica per i miei nervi, poiché avevo perso la volontà di mangiare e di dormire.

Mi ripresi e lasciai gli studi. Diventai solitario e taciturno. Seduto alla scrivania di mio padre, passavo fra le mani i suoi piani multicolori e i suoi molti fogli e quaderni pieni di formule matematiche per ore, o davanti al volante della grande auto nera che stava nel garage di casa, una voce interiore mi ripeteva che la carta o la pelle erano durate più del mio padre. Cominciai a provare disgusto e a prendere in giro silenziosamente le credenze religiose di famiglia. Per Me allora tutto finiva con la morte. Non provavo angoscia, ma una sorda disperazione accettata come parte dello stupido destino dell’esistenza. Ero fortemente convinto che ogni forma religiosa fosse una mera evasione dalla realtà più importante. Per Me, in quel momento, l’unica realtà era che tutto finiva con la morte; che non c’era Dio e che la morale era soltanto una forma di eleganza.

Mi juventud (II)

Senza che mutassero le mie recenti convinzioni, in Me iniziò una rapida mutazione da radici profonde. La morte di mio padre mi aveva lasciato «mutilato» ma al contempo mi aveva spalancato le porte della libertà.

Approfittai dell’estate per andare in un lontano podere di uno zio materno. Lì imparai veramente a cavalcare e divenni abile nell’uso delle armi da caccia e difesa. Mi piaceva la solitudine, ma non quella contemplativa della mia placida infanzia, bensì quella che si sente sulla sella di un robusto destriero galoppando senza meta per le immense pampas solitarie. Mille piccole avventure mi indurirono corpo e Anima… anche se allora il secondo termine sarebbe stato scartato dalla mia concezione.

Vendetti la grande auto nera e comprai una coupé-club Ford V6, con due carburatori, con la quale partecipai ad alcuni allenamenti di corse e rallies. Amavo il pericolo. Ricordo che uno dei miei allenamenti consisteva nel passare con l’automobile, ad alta velocità, sopra un ponte ferroviario senza parapetti ai lati, appoggiando soltanto le ruote sulle rotaie scivolose di metallo. Ma avevo molta fortuna e una certa perizia perché non ebbi mai incidente alcuno. Mi dedicai anche al canottaggio sportivo e occasionalmente alla vela. Mi incantava «perdermi» solo nel labirinto dei canali di El Tigre, luogo vicino a Buenos Aires, dove il fiume Paraná sfocia nel Río de la Plata in un complesso delta.

Dal Colegio Nacional Secondario che non frequentavo più trassi alcuni eventuali compagni d’avventure, ragazzi di buona posizione economica e tanto oziosi quanto Io. Essi mi offrirono un mondo vergine per Me; quello della musica non popolare. «Concerto a Varsavia». «Quadri di un’Esposizione», mi condussero poi a immersioni profonde in Beethoven e in Wagner. Passavo ore ad ascoltare i dischi. Feci anche brevi incursioni nelle organizzazioni giovanili nazionaliste e fondai «CADEL», Centro Argentino degli Studenti Liberi, che poi avrebbe raggruppato migliaia di persone. Mi scoprii buon promotore e organizzatore, con grande capacità di lavoro e concentrazione su un punto o nucleo d’impegno. Mangiai poco e dormii poco. Qualcosa stava fermentando violentemente in Me, ma Io, allora, non sospettavo cosa potesse essere.

Il Peronismo era entrato nel suo apogeo in Argentina e, sebbene le sue forme rozze e le tendenze di sinistra mischiate a un nazionalismo insultante mi dispiacessero profondamente, il suo spirito di sfida al mondo mi attirava. Non entrai mai in alcun Partito Politico, ma collaborai con la CGT (Confederazione Generale del Lavoro) a livello universitario in piani di urbanizzazione per gli operai. Quei piani fallirono, poiché gli operai, non previamente preparati, sollevavano i pavimenti di legno delle loro case per accendere il fuoco dei loro asados.

Sperimentate tante esperienze in un paio d’anni, profondamente mutato, decisi di sostenere gli esami pendenti per entrare all’Università, nella Facoltà di Medicina.

Con i miei pochi compagni scoprii anche il mondo dei libri in voga fra i giovani. Lessi Kafka e Sartre, Marx e Hitler, Kant e Max Scheler. Ma, benché alcuni punti mi interessassero, nessuno di questi autori mi convinse totalmente poiché tutti mi parevano partire da certi «a priori», apparendomi troppo fantastici e poco positivi, ritornando inevitabilmente dopo lunghe elucubrazioni al medesimo punto di partenza dal quale erano convinti prima di iniziare il loro ragionamento. Questi «Circoli Chiusi» di ragionamenti e affermazioni mi parevano viziosi e privi di una verità verificabile. Preferii tornare alle mie antiche letture di versi, letteratura e romanzi, che per lo meno soddisfacevano i miei bisogni d’avventura.

Poiché dovevo sostenere gli esami di lingue e trovavo grandi difficoltà con l’inglese, decisi di prendere lezioni da un insegnante privato. Ciò mi avrebbe condotto fra le braccia del mio Destino… Ma allora Io non ne sospettavo nulla.

Il mio professore d’inglese si rivelò essere un tedesco di nome Schmidt, già anziano, basso e paffuto, dal sorriso costante ed enigmatico, che mi disse di aver vissuto in Tibet e di aver viaggiato molto nella sua vita. Questo lo rese attraente fin dal primo momento, poiché si adattava perfettamente ai miei sogni di compiere viaggi in paesi misteriosi e vivere avventure pericolose.

Un pomeriggio entrai nella sua casa trasformata in scuola di lingue per iniziare formalmente le lezioni, ma con mio stupore non ricorse ai libri consueti, bensì mi presentò voluminosi manoscritti scritti in sanscrito e tibetano. Me li traduceva in inglese e in castigliano le sue dottrine e in poche ore mi parlò dell’origine dell’Uomo, della reincarnazione e di altre cose esoteriche. Per mostrarmi cos’era «Maya», mi mandò a prendere una matita che vedevo sulla sua scrivania, ma poggiandovi la mano non la trovai. Quel mondo meraviglioso mi fece rincontrare il mio Essere Interiore e quando uscii da casa sua ero un altro. Neanche io lo sapevo, ma era nato colui che oggi chiamate «JAL».

Mi juventud (III–XVI)

Le sezioni restanti dell’autobiografia (Gioventù III a XVI) continuano a raccontare l’apprendimento esoterico di Livraga con il professore Schmidt, il suo ingresso nella Società Teosofica, la costruzione di una «Cripta» egizia nel seminterrato della sua casa, la sua corrispondenza con Jinarajadasa e Sri Ram (presidenti mondiali della S.T.), le sue pratiche di sdoppiamento e alchimia, la chiusura della Scuola Esoterica nel 1950, e infine l’istruzione di Sri Ram di creare un nuovo movimento separato dalla S.T. Con ciò, Livraga vendette la sua automobile, lanciò la rivista «Estudios Teosóficos», e fondò Nuova Acropoli a 27 anni, con un primo gruppo di 12 persone nella sua casa di Amenábar 863, Buenos Aires.

Mi giovinezza restava indietro e nasceva ciò che oggi conoscete per «JAL». Perché raccontarvi di più? Non ho detto tutto ciò che accadde in quegli anni primi... ma quello che vi ho narrato è vero, semplice e semplicemente vero. Lascio agli Dei la responsabilità di avere pietà della mia Anima se ho commesso errori. E se non si adoperano per averne, non me ne importa. NUOVA ACROPOLI è in marcia...; nel suo XXVI Anno Trionfale, le sue Aquile Solari si levano su più di 80 Sedi in 34 Paesi. Ho eccellenti Discepoli e migliaia di giovani lavorano per l’Ideale e gridano il mio Nome. Posso chiedere di più? Credo di no; il mio Lavoro è quasi terminato e ciò che mi resta di vita fisica appartiene interamente all’Ideale. Perdonami se non ti ho detto tutto... sono un Figlio del Segreto e a quel Segreto mi rimetto... al Grande Mistero del perché e del come Noi, gli acropolisti, andremo a cambiare la Storia per forgiare un Mondo Nuovo e Migliore.

Almenas nº 1-18. Jorge Ángel Livraga